bibliopavese
503 testi
- 49 poesie di Lavorare stanca (ed. diplomatica, commentata, sinottica)
- 356 lettere
- 15 saggi
- 73 annotazioni del Mestiere di vivere
2217 riferimenti
- 1042 opere citate
- 694 persone
- 290 luoghi
- 91 istituzioni ed enti
90790 tag
- 497 file completi e revisionati
- 4627 occorrenze di persone
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- 2428 occorrenze di luoghi
815 immagini
- 342 immagini di Lavorare stanca
- 251 immagini di La luna e i falò
- 222 immagini de I dialoghi con Leucò
50882 asserzioni (ontologia)
- 265 classi
- 6356 individui
- 932 relazioni (Object Properties: Il numero di relazioni tra individui, ad es. tra un libro e un autore).
89044 parole
- 13084 parole Lavorare stanca (1936)
- 31926 parole Dialoghi con Leucò
- 44034 parole La luna e i falò
La bibliografia
di Paves-e
Contributi del progetto:
- C. D’Agata, A.M. Del Grosso, L. Nay, G. Palazzolo, A. Sichera, D. Spampinato, PAVES-e: Per una Hyperedizione dell’opera di Cesare Pavese, in Me.Te. Digitali. Mediterraneo in rete tra testi e contesti, Proceedings del XIII Convegno Annuale AIUCD, Catania, Università di Catania 28-30 maggio 2024, a cura di A. Di Silvestro, D. Spampinato, Catania, AIUCD, 2024.
- A. Damico, «Credo in ciò che ogni uomo ha sperato e patito». I Dialoghi con Leucò e la contemporaneità del mito, MODScuola, I, 2025/1, pp. 71-89.
- L. Nay, «Lo scopritore non sa di utilità». Cesare Pavese poeta, in «Rivista di Letteratura Italiana», 2025, XLIII, 2, pp. 139-146.
- L. Nay, Cesare Pavese, in Guida alla Letteratura italiana moderna e contemporanea, a cura di C. Santoli e G. Genna, «Sinestesieonline», 2025.
- A. Sichera, Del pregare. Per una storia del Pavese orante tra Atene e Gerusalemme, in «Dileguata presenza di un Dio». L’opera di Cesare Pavese fra letteratura, mito e sacro, a cura di A. De Santis e A. Grillo, Pontificio Ateneo Sant’Anselmo Facoltà di Filosofia – Editoriale Romani, Savona, 2025, pp. 11-30.
- P. Sichera, S. Cristofaro, C. D’Agata, A. M. Del Grosso, M. Grasso, L. Mazzagufo, D. Spampinato, Streamlining TEI Workflows: Collaborative Editing with NormaTEI, in “New Territories”. Text Encoding Initiative Conference and Members’ Meeting 2025. September 16–20, 2025, Kraków, Poland. Book of Abstracts, J. Hałaczkiewicz (Ed.), 2025, pp. 177-182.
- G. Arena, S. Cristofaro, G. Gafà, D. Spampinato, Modelling Knowledge for the PAVES-e Project: a Formal Ontology of Cesare Pavese’s Work, in Proceedings of the Joint Ontology Workshops (JOWO) – Episode XI: The Sicilian Summer under the Etna, co-located with the 15th International Conference on Formal Ontology in Information Systems (FOIS 2025), Catania, 8-9 settembre 2025, CEUR Workshop Proceedings, Vol. 4176, 2025.
- L. Mazzagufo, S. Cristofaro, C. D’Agata, A. M. Del Grosso, P. Sichera, A. Sichera, D. Spampinato, Moving towards a Semantic Archival Edition: the PAVES-e Project, in Digital Humanities 2025: Book of Abstracts, a cura di G. del Rio Riande, M. Portela, D. Alves, J. V. Paulino, Lisbona, ADHO, 2025, pp. 940-943.
- E. Gatto, «Io, che abbia da scrivere e da leggere, sto bene dappertutto». Prolegomeni alla biblioteca personale di Cesare Pavese, articolo accettato per la pubblicazione nel numero di gennaio 2026.
- «Quando niente va l’unica è cambiare tutto». Carteggio Carlo Grillo-Cesare Pavese (1946-1950), a cura di E. Bruschi e S. Grillo di Ricaldone, con interventi di L. Nay, L. Diafani, G. Tellini e C. Tavella, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2025 (“Filari”, 1).
- Di prossima pubblicazione: Numero monografico su Pavese, «Strumenti critici», III/2026
La bibliografia
ragionata
BiblioPavese, la bibliografia ragionata dell’Opera di Pavese, dialoga con OntoPavese e PaveseInTesto. La bibliografia infatti è il cuore pulsante dell’Ontologia che può essere interrogata in molteplici modi ed è anche presente a commento dei testi.
Il modello euristico proposto è quello di una bibliografia ragionata e ‘ragionante’, che offre una sistemazione della bibliografia secondaria di tipico critico-tematico. La bibliografia, in tal senso, ragiona letteralmente sullo stato dell’arte, illustra e commenta gli avanzamenti critici degli autori intorno alla singola opera e li raccoglie sotto una medesima categoria critica, sia essa una pista interpretativa affine o uno stesso approccio metodologico. All’interno di ciascun paragrafo, i contributi sono disposti in ordine cronologico, in modo da restituire lo sviluppo in diacronia delle rispettive linee critiche. In questa sezione confluiscono le bibliografie ragionate curate da Eliana Vitale, poste a corredo delle edizioni scientifiche degli «Oscar» (Paesi tuoi, La casa in collina, La luna e i falò, Dialoghi con Leucò) e del «Baobab» Mondadori, L’Opera poetica. Testi editi, inediti, traduzioni, edite nel 2021 e curate da Antonio Sichera e da Antonio Di Silvestro.
Primi passi dentro BiblioPavese (a cura di Eliana Vitale)
LAVORARE STANCA
Recensioni alle prime edizioni
A.B., segnalazione bibliografica relativa a LS all’interno della rubrica Rassegna dei libri, in «L’Italia Letteraria», Roma, XII, n.s., 22 marzo XIV-1936, n. 9, p. 4; A. Cajumi, II. Levate di scudi (1936), in ID., Pensieri di un libertino: uomini e libri 1935-1946, Milano, Longanesi 1947, 493 pp. («I Marmi» 3), pp. 43-9; G. Contini, Un esperimento di poesia non aristocratica, in «Libera Stampa», Lugano, 30 giugno 1944; C. Dionisotti, recensione a Lavorare stanca, in «La Nuova Europa», Roma, VIII, 26 agosto 1945, n. 34, p. 5; A. Cavallari, recensione a Lavorare stanca, in «Italia Libera», Milano, 1° settembre 1945 (edizione clandestina); U. Apollonio, recensione radiofonica di Lavorare stanca letta il 23 ottobre 1945 a Radio Trieste [Cfr. la lettera di ringraziamento di P. datata Roma, 17 novembre 1945, in L II, p. 37]; E. Villa, recensione a Lavorare stanca, in «l’Unità», Roma, 14 novembre 1945; T. Guerrini, recensione a Lavorare stanca, in «Cosmopolita», Roma, 14 marzo 1946.
Studi critici
Narratività e oggettivazione: una poesia di rottura
G. Contini, Un esperimento di poesia non aristocratica, in «Libera Stampa», Lugano, 30 giugno 1944 (poi in id., Altri esercizî (1942-1971), Einaudi, Torino 1972, pp. 188-221), mette in luce, a proposito di Lavorare stanca del 1936, «la prosaicità dell’impostazione, scevra di parole definitive, di segni singoli, puntata su un effetto globale di massa; e perciò forse fin d’allora orientata alla narrativa». I. Calvino, Storia breve delle lettere moderne. Pavese in tre libri, in «Agorà», Torino, II, agosto 1946, n. 8, pp. 8-10 (poi in id., Saggi 1945-1985, M. Barenghi, a cura di, Mondadori, Milano 1995, «I Meridiani», pp. 1206-1208), recensendo Lavorare stanca parallelamente al romanzo Paesi tuoi e alle prose di Feria d’agosto, afferma che Pavese è in grado di «abbandonare ogni iniziale lirismo, ogni compiacenza introspettiva per un’attenzione alle voci e ai bisogni più elementari di un’umanità di contadini e di vagabondi, di operai e di prostitute» e sottolinea che «città e campagna sono sentiti come due semi-mondi di cui l’uomo non riesce a risolvere e a completare l’altro e non trovano modo di compenetrarsi, lasciando l’uomo perpetuamente inappagato». N. Sapegno, Compendio di Storia della Letteratura Italiana, La Nuova Italia, Firenze 1947, vol. III, parte seconda, pp. 470-471, colloca Lavorare stanca nell’alveo della «poesia più umana» e anti-ermetica inaugurata da Saba, in quanto non rappresenta una poesia «né elusiva, né allusiva», ma un dettato realistico che prende la forma del racconto.
Giovinezza e solitudine: una poesia esistenziale
G. Venturi, La prima poetica pavesiana: ‘Lavorare stanca’, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», Firenze, LXVIII, gennaio-aprile 1964, n. 1, pp. 130-152, si sofferma sulle figure femminili della raccolta e sul prototipo di donna forte e indipendente incarnato da Deola, personaggio che prefigura Ginia de La bella estate e Clelia di Tra donne sole. G. Pozzi, Cesare Pavese, in id., La poesia italiana del Novecento. Da Gozzano agli Ermetici, Einaudi, Torino 1965 («Piccola Biblioteca Einaudi» 64), pp. 363-370, ritiene che il linguaggio poetico di Lavorare stanca sia del tutto anacronistico e dimostri una certa immaturità ideologica. Per F. Ducati, Lettura di ‘Lavorare stanca’, in «Aevum», Milano, XL, settembre-dicembre 1966, nn. 5-6, pp. 519-541, la raccolta si fonda su delle antinomie di carattere autobiografico, «lavoro-ozio, città-campagna, donna-infanzia, solitudine-appagamento nella contemplazione, senso morale-fantasia, avventura-ritorno». Ciò, secondo l’autrice, smentirebbe l’«oggettività narrativa» auspicata da Pavese e indebolirebbe la formula dell’«immagine-racconto». G. Rizzo, Storia e poesia di ‘Lavorare stanca’, in «Annali dell’Università di Lecce», vol. II (1964-1965), Milella, Lecce 1966, pp. 211-245, scorge nel libro una forte componente autobiografica legata all’esperienza del confino.
DIALOGHI CON LEUCÒ
Tra mitologia ed etnologia
De Robertis, Dialoghi con Leucò, in «Il Tempo», Milano, 7 febbraio 1948, apprezza l’exploit greco di Pavese e accosta i dialoghi al «gusto d’una civiltà, come quella greca, 246 che guardò sì lontano, con occhio intrepido». A. Moravia, Pavese decadente, in «Il Nuovo Corriere della Sera», 22 dicembre 1954, LXXIX, p. 3, poi in Id., L’uomo come fine e altri saggi, Bompiani, Milano 1964, pp. 187-91, critica l’autore per il suo «esasperato irrazionalismo e antistoricismo», accusandolo di rifugiarsi in un mondo irrazionale per coltivare un «estetismo inguaribile» e ancora decadente. Secondo A. Pellegrini, Mito e poesia nell’opera di Cesare Pavese (Nel quinto anniversario della scomparsa), in «Belfagor», Firenze, 1955, X, 30, pp. 554-61, nei Dialoghi con Leucò Pavese arricchisce il mito con l’apporto dell’etnologia per superare quanto in esso era ormai ridotto a «stereotipo» e per restituirne «la meraviglia e l’orrore» originari. M.L. Premuda, I “Dialoghi con Leucò” e il realismo simbolico di Pavese, in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», Pisa, 1957, XXVI, 3-4, pp. 221-49, individua nel libro «venature di antichi simbolici sensi selvaggi, il gusto del sangue e la pietrificazione del destino», ricavati dagli studi etnologici dell’autore e dalle «sovrastrutture di una cultura classica volgarizzata». E. Corsini, Orfeo senza Euridice: i “Dialoghi con Leucò” e il classicismo di Pavese, in «Sigma», Torino-Genova, 1964, I, 3-4, pp. 121-46, pur avendo rilevato gli influssi di Nietzsche e degli studi di Philippson e Kerényi, circoscrive il momento pienamente “etnologico” a quelli che definisce «i dialoghi della terra», legati ai «miti della fecondità, della vegetazione, del raccolto, della propiziazione magica e rituale». L’etnologia verrebbe poi meno nei «dialoghi degli dei», dominati dall’«armamentario dotto e sofisticato della mitologia», mentre il più alto momento di classicità sembrerebbe raggiunto nei «dialoghi degli uomini», in cui si attesta una «maggiore indipendenza dalle fonti dotte».
Destino ed esistenza umana
I. Calvino, Dialoghi con Leucò, in «Bollettino d’Informazioni Culturali», Einaudi, Torino, 10 novembre 1947, pp. 2-3, definisce l’opera un «appassionato quadro di un’umanità alle soglie della coscienza, che abbandona l’età della comunanza assoluta con la natura, l’età dei mostri e delle metamorfosi, per sentirsi a un tratto come separata dalle cose a trasformare la natura in nomi e in dèi, e a trovarsi di fronte i dubbi del destino, della libertà, della morte». M. Untersteiner, Dialoghi con Leucò, in «Educazione Politica», Milano, novembre-dicembre 1947, I, 11-12, p. 344, legge i Dialoghi in chiave filosofica, apprezzando la capacità di Pavese di cogliere attraverso il mito «le radici primigenie della realtà, per rintracciarvi allo stato puro alcuni fondamentali valori necessari per l’autonomia dell’individuo». D. Invrea, I “Dialoghi con Leucò” di Pavese, in «Il Ponte», Firenze, agosto-settembre 1949, V, 8-9, pp. 1206-10, dimostra come il libro si fondi sulla «contrapposizione di uomini a dei, di mortali a immortali» e sulla loro opposta concezione della morte e del destino. Per O. Sobrero, Sui “Dialoghi con Leucò”, in «Inventario», Firenze, gennaio-giugno 1955, VII, 1-3, pp. 211-17, l’opera riesce a farsi espressione della «moderna cultura esistenziale» assimilando la lezione di Sartre e soprattutto della Recherche di Proust.
Su singoli dialoghi e personaggi
A.M. Andreoli, La memoria leopardiana, in Ead., Il mestiere della letteratura (Saggio sulla poesia di Pavese), Pacini, Pisa 1977, pp. 97-126, analizza il dialogo Il fiore. C. Fiore, La dea, la belva, il poeta, in «Abstracta», Roma, 1988, III, 32, pp. 62-69, si sofferma sul dialogo La belva e in particolare su Artemide, immagine al contempo pura e ferina. Il volume Leggere poesia oggi, a cura di M. Vailati, Spazio Editore, Milano 1990, legge in chiave semiotica i dialoghi Gli Argonauti, I fuochi, Il mistero, Il toro, La madre, La nube, La vigna, Le Muse, L’inconsolabile, L’isola, L’ospite. D. Catalano, Il dialogo di Circe. Cesare Pavese, i segni, le cose, Laterza, Bari 1991, esamina la figura della maga Circe.
LA LUNA E I FALÒ
Maturità come disillusione
D. Lajolo, Spenti i falò, la luna splende ancora, in Id., Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese, il Saggiatore, Milano 1960, pp. 347-78, ribadisce la mancata maturazione di Anguilla, vedendola al contrario compiuta nel personaggio di Nuto. Per Lajolo, nemmeno il ritorno alle origini può risarcire la «coscienza disperata» del protagonista, la stessa dell’autore, mentre per F. Mollia, Cesare Pavese, La Nuova Italia, Firenze 1963, pp. 102-17, a questo si unisce «la tragica consapevolezza di non poter mai essere se stessi, 194 se non quando il mito, diventando coscienza, si dissolverà e sarà sostituito dalla piena moralità, che è storia». B. Manfredi, “La luna e i falò” di Cesare Pavese, in Id., Angoscia e solitudine nel romanzo italiano contemporaneo, Editrice Esperienze, Fossano 1969, pp. 222-33, filtra tali sentimenti d’angoscia e solitudine attraverso la lettura del Mestiere di vivere. C. Reymond, I temi dell’America e del ritorno in patria ne “Il Fondo del Sacco” di Martini e nella “Luna e i falò” di Pavese, in «Études de Lettres», Université de Lausanne, Lausanne, ottobre-dicembre 1984, riconduce l’impossibile maturazione di Anguilla alla mancanza di una figura femminile, sia essa una madre o una compagna. P.V. Mengaldo, La morte di Santa, in Id., Storia della lingua italiana. Il Novecento, il Mulino, Bologna 1994, pp. 326-30, ed E. Livorni, Come il letto di un falò. The Myth of the Moon and the Bonfire of History, in «Italian Culture», 1999, 17, pp. 31-78, danno della Luna e i falò una lettura pessimistica, individuando nella parabola del romanzo il fallimento della memoria e il trionfo della morte. Secondo S. Giovanardi, “La luna e i falò” di Cesare Pavese, in Letteratura italiana. Le opere, vol. IV. Il Novecento, t. 2. La ricerca letteraria, Einaudi, Torino 1996, pp. 631-46, Anguilla non riuscirà mai a eludere del tutto il suo «genetico spaesamento» e la sua ricerca d’identità verrà inevitabilmente disattesa poiché la memoria, nonostante riesca a recuperare i miti dell’infanzia, non è più in grado di farli rivivere aldilà dell’urgenza luttuosa della storia.
“Ripeness is all”: maturità come accettazione
G.P. Biasin, Lo straniero sulle colline: Cesare Pavese, in «Modern Language Notes», Baltimora, 1966, 81, pp. 1-21, considera il romanzo l’opera riepilogativa di tutti i motivi fondativi dell’immaginario pavesiano: «la solitudine, in bilico fra incomunicabilità e partecipazione; l’amore e la violenza; il lavoro e la festa; l’infanzia e la morte; la natura e la storia; il mito e il destino-maturità». Essi, giunti a una piena maturazione, si fonderebbero entro «un’unità armoniosa», «un’universalità poetica», una «comprensione monolitica». E. Gioanola, L’essere e la morte ne “La luna e i falò”, in «Sigma», Genova, giugno 1969, VI, 22, pp. 51-66, poi in Id., Cesare Pavese. La poetica dell’essere, Marzorati, Milano 1972, pp. 352-70, si discosta dalle letture di taglio autobiografico-psicologico e individua nel ritorno alle origini una riconciliazione con il mondo dell’infanzia e con i simboli a esso correlati. Secondo l’autore, Pavese «ha cessato di perseguire simboli esterni alla campagna-infanzia» ponendo fine alla dicotomia tra città e campagna. Quest’ultima è ormai l’unica «realtà essenziale oltre la labile consistenza della storia-tempo», e solo in essa finalmente la maturità può giungere a compimento. Anche H. Davis, “La luna e i falò”: What Kind of Ripeness?, in «Italian Studies», 1984, 39, pp. 79-90, prende le distanze da qualsiasi lettura pessimistica del romanzo e dimostra, al contrario, come la maturazione di Anguilla si compia in senso profondamente shakespeariano, sotto 196 forma di accettazione del «seasonal-cyclical concept of life» e del proprio destino. G. Raboni, La luna e i falò, in Cento romanzi italiani (1901-1995), cit., p. 46, considera la storia di Anguilla «un’ultima ascesa verso la maturità» in una cornice da tragedia greca e shakespeariana nella quale maturare significa inevitabilmente accettare il «ciclo della vita che tutto macera e trasforma nella cenere di un falò».
Tra simbolo e mito
I. Calvino, Pavese e i sacrifici umani, in «Revue des Études Italiennes», Paris, aprile-giugno 1966, XII, 2, pp. 107-10, poi in «Avanti!», Milano, 12 giugno 1966, e in Saggi 1945-1985, Mondadori, Milano 1995, pp. 1230-33, analizza la «faccia segreta» del romanzo pavesiano, individuandovi al centro la «preoccupazione ossessiva per i sacrifici umani». S.G. Pugliese, Il mito del ritorno: simbolo e memoria ne “La luna e i falò” di Cesare Pavese, in «American Journal of Italian Studies», 1998, XXI, 58, pp. 128-38, afferma che, «in un senso ontologico, il ritorno funziona come catalizzatore per un’epifania». Sarà infatti ricercando le origini dopo aver vagato per il mondo che il protagonista comprenderà le vere ragioni del proprio ritorno, scavando nell’«ontologia personale», in cui simbolo e memoria si uniscono e lo conducono alla verità. G. Isotti Rosowsky, La luna e i falò, in «Narrativa», Université Paris X-Nanterre, Nanterre, 2002, 22, pp. 105-18, legge il romanzo individuando le sue fondamenta nel mito e nei motivi pavesiani ricorrenti: la fuga, il mare, le colline, la guerra partigiana. Il saggio si mette in ascolto delle due voci che dominano il romanzo, Anguilla e Nuto, ripercorrendo le tappe concrete del primo e quelle etiche e psicologiche del secondo.
La bibliografia integrale (a cura di Eliana Vitale)
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