Dialoghi con leucò
Dialoghi con Leucò
Pubblicato nel 1947, Dialoghi con Leucò raccoglie ventisette dialoghi composti tra il 1945 e il 1947, nei quali Pavese rielabora il mito classico in una forma essenziale e concentrata. Figure divine ed eroiche sono poste a confronto in scene brevi e tese, dove la parola diventa strumento di indagine sul destino, sulla colpa, sul desiderio e sulla morte.
L’opera, centrale nella riflessione pavesiana sul mito, coniuga rigore formale e densità simbolica, intrecciando fonti antiche e sensibilità moderna. In questa edizione digitale il testo è presentato secondo criteri filologici espliciti, con strumenti di consultazione che permettono di esplorarne la struttura, i rimandi e le stratificazioni interpretative.
Note
La nube
Mito: La Nube
Il mito di Issione risulta presente in Omero; tuttavia, la vicenda per intero è narrata per la prima volta da Pindaro: probabilmente al tempo di Omero il mito non era ancora definito, anche se godrà di molta fortuna, tanto che da Omero e Pindaro arrivò ai tragici. Eschilo ne trattò la vicenda in un Issione perduto (di cui ci dà testimonianza Diodoro) e nelle Eumenidi, dove Issione è posto a paragone di Oreste, come autore di un orrendo crimine (il primo esempio di crimine familiare secondo Pindaro), che viene perdonato da Zeus, il quale deve mostrarsi benigno anche verso Oreste (così afferma Apollo, perorando la causa di Oreste). La versione del mito esposta da Eschilo è particolarmente divergente rispetto alle altre, in quanto presenta Issione come figlio di Antione e non di Flegias, padre di Piritoo e dei Centauri e – cosa ancora più importante – come il primo assassino in assoluto, non specificamente di un familiare, come afferma Pindaro. Inoltre, in Eschilo è messa in risalto la purificazione di Issione, motivo assente in Pindaro. Sofocle parla di Issione nel Filottete, dove l’allusione al mito (Issione non viene espressamente nominato) ha una doppia funzione: per contrasto, rappresenta la differenza massima fra Filottete e Issione, innocente il primo e meritatamente punito il secondo; come raffronto esemplare, il supplizio straziante di Issione indica l’eccezionalità del dolore di Filottete, che risulta incomparabile in quanto immeritato). Se Pindaro ci parla del supplizio della ruota in cielo, in Diodoro la medesima pena è collocata nell’Ade, come per primo aveva detto Apollonio Rodio, e dopo di lui tramanderanno Luciano, Virgilio, Ovidio, Igino.
Si noti che Piritoo, il figlio che secondo parte della tradizione Issione ebbe dalla moglie Dia, fu il fedele compagno di Teseo, con il quale compì numerose imprese, tra cui il rapimento di Elena e la discesa negli Inferi; insieme parteciparono anche alla spedizione degli Argonauti. La fine di Piritoo è legata ad un atto di ὕβρις: egli, infatti, aveva persuaso Teseo a recarsi negli Inferi per rapire Persefone e farla diventare la propria sposa (Teseo avrebbe dovuto sposare Elena, rapita all’età di dodici anni, così entrambi si sarebbero uniti a una figlia di Zeus). Ade li accolse e li ascoltò apparentemente senza insidie, facendoli in realtà sedere sui troni della dimenticanza, da cui fu impossibile staccarsi. Quando Eracle discenderà a sua volta nel regno sotterraneo riuscirà a liberare solo Teseo, lasciando per sempre Piritoo incatenato nel Tartaro. Piritoo aveva in precedenza sposato Ippodamia: durante il banchetto di nozze i Centauri ebbri e incontinenti avevano rovinato la festa e cercato di violare la sposa e ne era scaturita la Centauromachia, cioè la guerra tra Lapiti e Centauri. Per quanto riguarda l’impresa degli Argonauti, molti dei partecipanti sono protagonisti dei DL o a questi collegati: Orfeo, Giasone, Eracle, Teseo, Peleo, Castore&Polluce, Laerte, Meleagro, Atalanta-unica donna. Interessante inoltre come Pavese abbia scelto moltissimi tra coloro che secondo il mito erano tornati dagli Inferi: cf. Igino, 251COLORO CHE, PER LICENZA DELLE PARCHE, RITORNARONO DAGLI INFERI: Cerere, cercando Proserpina, sua figlia. Il padre Libero scese a cercare la madre sua Semele, figlia di Cadmo. Ercole, figlio di Giove, andò nell’Ade a prendere il cane Cerbero. Ci andò anche Asclepio, figlio di Apollo e Coronide. Castore e Polluce, figli di Giove e di Leda, ritornano alternandosi nella morte. Protesilao, figlio di Ificlo, tornò per Laodamia, figlia di Acasto; Alcesti, figlia di Pelia, per il marito Admeto; Teseo, figlio di Egeo, per Piritoo. Ippolito, figlio di Teseo, ci andò per desiderio di Diana e venne in seguito chiamato Virbio. Orfeo, figlio di Eagro, discese agli Inferi per cercare la moglie Euridice. Adone, figlio di Cinira e Smirna, ci andò per volere di Venere. Glauco, figlio di Minosse, fu riportato alla vita da Poliido, figlio di Cerano. Ulisse, figlio di Laerte, discese all’Ade per ritornare in patria; Enea, figlio di Anchise, per il padre. Mercurio, figlio di Maia, è un visitatore costante degli Inferi. A proposito di Issione, è possibile individuare un collegamento significativo con il culto della quercia, di cui ampiamente parla Frazer (Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri 2024, pp. 195 ss.): si tratta di un culto comune a tutte le genti europee, che veneravano un dio «della quercia, del fulmine e della pioggia», il quale rappresentava «la divinità principale del loro pantheon» (p. 198). Questa divinità nel mondo greco-romano era Zeus-Giove-Giano, sposo della dea del bosco Diana-Giana-Giunone (all’origine dei nomi vi è la medesima radice indoeuropea collegata alla luce, cf. il greco Ζεύς-Διός). Ιssione, cercando di sedurre Era, attentava al ruolo di dio della quercia proprio di Zeus. In Graves, 50 2 e 63 1, l’etimologia del nome è collegata non solo a ischys=forza ma anche a ixias=vischio; il vischio è parassita della quercia e «veniva identificato con i genitali della quercia» (50 2), il cui seme si credeva avesse grandi proprietà terapeutiche. Il nome stesso di sua moglie, Dia, rimanda – come ci dice sempre Graves nel medesimo luogo – alla dea lunare del culto della quercia. Il famoso ramo d’oro colto da Enea – che dà il titolo all’opera di Franzen e che è raffigurato nel famoso dipinto di Turner citato da Franzen nell’incipit del suo libro – pare fosse per l’appunto un ramo di vischio. Il destino del re-sacerdote della quercia era di essere «flagellato…decapitato con un’ascia, evirato, inchiodato a un albero e arso; dopo di che i suoi parenti lo mangiavano sacramentalmente» (63 1). Tutto ciò rientrava nel culto degli alberi e in special modo nel rituale del sacro bosco di Nemi, per cui ogni sacerdote era stato l’omicida di colui che lo aveva preceduto e di cui aveva preso il posto, e alle sue funzioni di rappresentante della divinità. Alla quercia fa riferimento Issione stesso alla fine del dialogo, quando cita appunto la dea della quercia: LA NUBE La tua sorte è segnata. Non si sollevano impunemente gli occhi a una dea./ ISSIONE Nemmeno a quella della quercia, la signora delle cime? E significativamente il termine quercia ritorna solo nel dialogo di Virbio, che rivolgendosi a Diana le dice: Ma il rinato, il tuo servo, il fuggiasco che guarda la quercia e i tuoi boschi, quello non è felice, perché nemmeno sa se esiste. La quercia è collegata anche all’impresa degli Argonauti: la dea Atena, infatti, aveva collocato sulla prua della nave Argo un pezzo della quercia sacra di Dodona perché fosse di buon auspicio (cf. Graves 148); ad una quercia era stato appeso il vello d’oro da Eeta. La quercia è anche l’albero a cui Licaone, di cui si parla nel dialogo Il lupo, aveva appeso le proprie vesti prima di diventare licantropo e, ancora, su una pira di legno di quercia sarà arso Eracle.Quanto a Nefele, la Nube forgiata con le sembianze della regina degli dei, essa si può sovrapporre ad un’altra Nuvola, sposa di Atamante, re di Beozia, e da questi ripudiata dopo che egli si era innamorato di Ino (per la vicenda di Atamante cf Apollodoro I, 9 1-2, Igino 2); dopo la morte, Ino sarà trasformata nella dea del mare Leucotea. In tal modo, si rintraccerebbe sin da questo primo dialogo un legame tra i protagonisti, Issione e Nefele, e Leucotea, interlocutrice attiva in due dialoghi e, in generale, di tutti i dialoghi, che a lei Pavese ha intitolato. Dea marina così chiamata dopo la sua morte e trasformazione, era stata – come si è detto – Ino, figlia di Cadmo e donna amata da Atamante, figlio di Eolo e quindi fratello di Sisifo, a sua volta nonno di Bellerofonte; egli, per volontà di Era, aveva sposato Nefele e poi l’aveva messa da parte proprio per amore di Ino. Ino era invisa a Era anche perché, assieme ad Atamante, aveva accolto Dioniso, il figlio dell’amore extraconiugale di Zeus e Semele, sorella di Ino. A sua volta, Ino, Nefele, Atamante e i figli da loro concepiti (Frisso, Leucone ed Elle da Nefele, Learco e Melicerte da Ino) sono collegati ai riti sacrificali celebrati dai pastori per propiziare le piogge (motivo centrale del dialogo I fuochi) e alle vicende del vello d’oro (Gli Argonauti sono protagonisti del dialogo omonimo). Sarà proprio Leucotea, nel dialogo La vigna, a dire alla sua interlocutrice Ariadne che era stata Ino. Inoltre, Ino e Elle erano divinità lunari e femminili, esempio del tramonto del culto lunare a favore di quello solare di Zeus. . [Cf. Graves p. 202-207; Ker. p. 217-218, 317-319]. Per ulteriori approfonbdimenti sulle fonti, cf. scolii ad Apollonio Rodio, III 62; Igino, Fabulae 33 e 62; Pindaro, Pitica II 33-89 con scolio; Luciano, Dialoghi degli dei 6; scolii a Euripide, Fenicie 1185; scolio a Odissea XXI 503; Apollodoro, I, 4, Ovidio, Metamorfosi, IV 461 e 465.
Approfondimento: La Nube
Il dialogo non è citato in MV e Lettere. Quasi un anno dopo dalla composizione de La nube, il 24 febbraio 1947, Pavese annota nel MV: Crono era mostruoso ma regnava su età dell’oro. Venne vinto e ne nacque l’Ade (Tartaro), l’isola Beata e l’Olimpo, infelicità e felicità contrapposte e istituzionali. L’età titanica (mostruosa e aurea) è quella di uomini-mostri dèi indifferenziati. Tu consideri la realtà come sempre titanica, cioè come caos umano-divino (= mostruoso), ch’è la forma perenne della vita. Presenti gli dèi olimpici, superiori, felici, staccati, come i guastafeste di questa umanità, cui pure gli olimpici usano favori nati da nostalgia titanica, da capriccio, da pietà radicata in quel tempo. (Per i Dialoghi). Pavese condensa qui uno dei temi portanti del dialogo, che vive innanzi tutto della contrapposizione tra il «vecchio destino» sotto cui è nato anche Issione e la «nuova legge», posta a inizio del dialogo (segnala Pontiggia, p. 130, che questo brano riassume il «nucleo concettuale» del dialogo) e dei Dialoghi, di cui costituisce senz’altro una delle chiavi di lettura.
Un’altra annotazione del 1947, 10 luglio, si sofferma in modo particolarmente interessante sulla contrapposizione città-campagna, titanismo-olimpico, ordine-disordine: Contemplato | a | lungo la collina oltre Po e notato che insomma sono tutti parchi, ville, strade note e rinote. Dov’è l’interesse per il selvaggio, che pure t’incute? Quel che accade al selvaggio è di venir ridotto a luogo noto e civile. Il selvaggio come tale non ha in fondo realtà. E ciò che le cose erano, in quanto inumane. Ma le cose in quanto interessano sono umane. Notato che Paesi tuoi e Dialoghi con Leucò nascono dal vagheggiamento del selvaggio – la campagna e il titanismo. In questo argomento, si può sperare di andar oltre al Richiamo della foresta? Che pure ti scoccia assai. L’arte del Novecento batte tutta sul selvaggio. Prima come argomenti (Kipling, D ’Annunzio ecc.), poi come forma (Joyce, Picasso ecc.). Leopardi con le illusioni poetiche giovanili ha vagheggiato questo selvaggio, come forma psicologica. Anderson, a modo suo, ha toccato questo selvaggio, nella naturalità della vita del Centro-ovest. Tutto ciò che ti ha colpito in modo creativo nelle letture, sapeva di questo. (Nietzsche col suo Dioniso…) Con la scoperta dell’etnologia sei giunto a storicizzare questo selvaggio. La città-campagna dei primi libri è diventata il titanismo-olimpico dell’ultimo. Tu vagheggi la campagna, il titanismo – il selvaggio – ma apprezzi il buon senso, la misura, l’intelligenza chiara dei Berto, dei Pablo21, dei marciapiedi. Il selvaggio t’interessa come mistero, non come brutalità storica. Non ti piacciono le storie partigiane o terroristiche, sono troppo spiegabili. Selvaggio vuol dire mistero, possibilità aperta. La tua idea, del 23-26 ag. ’44, che selvaggio sia il superstizioso, il non più accettabile moralmente, mentre il semplice caso è naturale (anche la crudeltà della natura ci appare moralmente superata), accompagna la tua favola perenne – il selvaggio, il titanico, il brutale, il reazionario sono superati dal cittadino, dall’olimpico, dal progressivo cfr. Paesi tuoi, Dialoghi con L., Compagno. Tu esalti l’ordine descrivendo il disordine.
Le streghe
Mito: Le streghe
In Diodoro, IV 45 3-5 viene offerta un’altra storia di Circe: sorella di Medea, entrambe figlie di Eeta, nato da Elio, e di Ecate, nata da Perse, fratello di Eeta. Era stata data in matrimonio al re dei Sarmati (che alcuni chiamano Sciti, precisa Diodoro), che uccise con dei veleni succedendogli al trono; per la sua crudeltà fu cacciata dai sudditi e, come dicono alcuni mitografi, fuggì sull’Oceano stabilendosi su un’isola deserta con le donne che erano scappate con lei.
Secondo altri, tuttavia, dopo aver lasciato il Ponto, si fermò in Italia, su un promontorio che, dal suo nome, fu chiamato Circeo. Circe nell’Odissea è sempre chiamata dea; la magia, infatti, entra nel mondo greco più tardi, con Erodoto, che descrive, fraintendendole, alcune pratiche dei Magi, una delle tribù dei Medi assai influente alla corte del re, di cui parla nel libro I delle Storie. Il passo in cui per la prima volta sono nominati è il capitolo 101, nel quale vengono elencati assieme alle altre tribù, ma poi tornano diffusamente nel testo: si tratta di una casta sacerdotale che interpretava i sogni ed eseguiva rituali. In I 132, per esempio, si legge Διαθέντος δὲ αὐτοῦ µάγος ἀνὴρ παρεστεὼς ἐπαείδει θεογονίην, οἵην δὴ ἐχεῖνοι λέγουσι εἶναι τὴν ἐπαοιδήν ἄνευ γὰρ δὴ μάγου οὔ σφι νόμος ἐστὶ θυσίας ποιέεσθαι Quando le ha deposte, un Mago che è lì al suo fianco canta una teogonia (così definiscono questo canto): presso di loro in assenza di un Mago non si può sacrificare. Erodoto, in qualità di «traduttore culturale» (così Marcello Carastro, in Storia della civiltà europea, a cura di Umberto Eco, 2014), interpreta «i loro [dei Persiani] gesti rituali secondo i codici greci»; proprio la «combinazione» di «elementi culturali» peculiari di civiltà diverse tra loro come quella greca e quella persiana «ha permesso ai Greci di “pensare” l’azione dei magoi in modo tale da favorire la creazione di uno spazio propizio all’invenzione della magia in Grecia». [per Erodoto, Le Storie a cura di Aristide Colonna e Fiorenza Bevilacqua, vol. I, libri I-IV, Torino 1996].
Anche Diodoro, nella sua Biblioteca storica V 55 3, parla delle potenti prerogative dei Magi quando introduce la figura dei Telchini, primi abitanti di Rodi; a costoro dice fossero attribuiti poteri straordinari, come quelli di comandare i fenomeni meteorologici, proprio come si diceva facessero i Magi persiani. Leucotea è presenza salvifica (cf Pontiggia, pp. 17-18) per Odisseo, come ci racconta Omero in Od., V 333 ss: dopo che egli, infatti, aveva lasciato l’isola di Calipso, una furiosa tempesta scatenata da Poseidone distrugge la zattera e i marosi travolgono Odisseo, che rischia di annegare. A questo punto si manifesta la dea impietosita: τὸν δὲ ἴδεν Κάδμου θυγάτηρ, καλλίσφυρος Ἰνώ,/Λευκοθέη, ἣ πρὶν μὲν ἔην βροτὸς αὐδήεσσα,/νῦν δ’ ἁλὸς ἐν πελάγεσσι θεῶν ἐξέμμορε τιμῆς lo vide allora la figlia di Cadmo, Ino dalle belle caviglie,/Leucotea, la quale prima era una mortale dotata di parola, ma adesso nelle profondità del mare gode dell’onore degli dèi. Leucotea, simile a gabbiano (Od., V 337 e 353 αἰθυίῃ δ’ εἰκυῖα) gli consegna un velo da distendere sotto il petto: esso gli avrebbe consentito di giungere a nuoto sull’isola dei Feaci, dove era destino che egli approdasse sano e salvo. In Diodoro V 55 7 si tramanda un’altra Leucotea, dea del mare, che in origine era Alia, sorella dei Telchini, di cui si era innamorato Poseidone e che si era gettata in mare sacrificandosi dopo che era stata oggetto di violenza da parte dei suoi stessi figli, resi folli da Afrodite, che in tal modo si vendicava di essere stata da loro offesa. Un’altra versione del mito, risalente forse alla tragedia perduta di Euripide Ino, ignora il matrimonio di Atamante con Nefele e parla invece di un altro matrimonio che Atamante strinse con Temisto, dopo quello con Ino, trascorso il periodo del lutto: un lembo di veste insanguinata, infatti, gli aveva fatto credere che Ino fosse morta. In realtà, ella non era morta ma, presa da furore bacchico, si era data alle orge in onore del dio sul Parnaso (pare avesse preso parte all’uccisione di Penteo); fece ritorno a palazzo quando Temisto aveva già dato alla luce due gemelli. Adamante accolse Ino tacendo a Temisto chi fosse, ma questa, avvisata dalle ancelle, ordinò prima alla nutrice che ai suoi figli fossero messi vesti bianche e a quelli di Ino vesti nere, poi alle guardie che i bambini vestiti di nero fossero uccisi. Ino comprese subito le intenzioni di Temisto e fece scambiare le vesti: così i suoi figli si salvarono e quelli di Temisto morirono. Atamante impazzì di dolore e, non riconoscendolo, uccise Learco, mentre Ino si gettò in mare con Melicerte. Secondo Apollodoro, Bibl. I 9, quello con Temisto fu il terzo e ultimo matrimonio di Adamante, cacciato della Beozia e in cerca di pace dopo le atroci vicende vissute con Nefele e Ino.
In Igino, 1 Temisto è la seconda sposa, cacciata a favore di Ino: per questa ragione aveva ordito il piano dell’uccisione dei figli. Un ulteriore racconto mitico considera Frisso ed Elle figli di Nefele e Issione; Nefele, invasata dal furore bacchico, assalì un giorno i figli in groppa a un ariete dal vello d’oro, che consegnò loro, esortandoli a recarsi in Colchide dove, una volta giunti, lo avrebbero sacrificato ad Ares. Ovidio, in Met., IV, 420ss., narra diffusamente il mito, a partire dall’ira di Giunone verso Ino, orgogliosa del nipote Bacco, e descrivendo il veleno, una mostruosa mistura (v.500 attulerat secum liquidi quoque monstra veneni) che Tisifone, la Furia interpellata da Giunone, riversò nel cuore di Atamante e di Ino, facendo sì che entrambi impazzissero (vv. 506-507 vergit furiale venenum/pectus in amborum praecordiaque intima movit – versa il furioso veleno nel petto di entrambi e scuote la parte più profonda dei precordi). Leucotea stessa, nel dialogo La vigna, dirà alla sua interlocutrice Ariadne che era stata Ino, riprendendo il modulo omerico di Od., V 333 ss. La sua vicenda, inoltre, è ricordata dai due pastori nel dialogo I fuochi. Come mettono in evidenza Graves e Kerenyi [Cf. Graves p. 202-207; Kerenyi p. 217-218, 317-319], Ino ed Elle erano divinità lunari e femminili, esempio del tramonto del culto lunare a favore di quello solare di Zeus.
Approfondimento: Sugli scacchi
Il gioco degli scacchi è nato in Oriente in età molto antica, non è certo se in Cina, in India o in Persia; sicura è la sua diffusione in India e il passaggio in Persia intorno al VI secolo d.C. Dai Persiani appresero il gioco gli Arabi intorno al VII secolo, quindi tramite questi si diffuse in occidente; in Italia, Francia e Spagna era noto intorno alla metà dell’XI secolo. Ciò significa che il gioco degli scacchi era sconosciuto ai Greci; tuttavia, già nei poemi omerici è attestata la diffusione di un gioco che impiegava l’uso di una tavola e di pedine, cf. Od., I 106-108 εὗρε δ’ ἄρα μνηστῆρας ἀγήνορας· οἱ μὲν ἔπειτα/πεσσοῖσι προπάροιθε θυράων θυμὸν ἔτερπον,/ἥμενοι ἐν ῥινοῖσι βοῶν, οὓς ἔκτανον αὐτοί e trovò i pretendenti superbi, i quali /giocando con le pedine davanti alle porte dilettavano l’animo,/ seduti su pelli di buoi che essi stessi avevano ucciso.
Da altre fonti (Platone, Aristotele, Polibio tra gli altri) apprendiamo si chiamasse πεσσεία pesseia/petteia. Un frammento di Eraclito (il numero 52, in Eraclito, Sulla natura, in Hermann Diels, Walther Kranz, I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Angelo Pasquinelli, Einaudi, Torino, 1976) recita αἰὼν παῖς ἐστι παίζων, πεσσεύων. παιδὸς ἡ βασιληίη L’eternità è un bambino che gioca, che muove le tessere (πεσσεύων): di un bambino il regno; il verbo πεσσεύω significa appunto «muovere le pedine, giocare con le pietruzze». Scene di giocatori intenti a muovere pedine su una tavola sono raffigurate anche su anfore e vasi a partire dal VI sec. a.C., tra cui la famosa anfora di Exechias, datata 540 a.C. e conservata al Museo Gregoriano Etrusco di Città del Vaticano, nel cui lato A è l’immagine Achille e Aiace che giocano. È impossibile risalire alle regole del gioco: si sa soltanto che esso richiedeva astuzia e strategia; che il giocatore che non poteva più fare mosse perdeva; che il giocatore isolato era debole [Sull’argomento, cf. A. Capra, “Giocare alla città”. Discorsi e pedine nella «Repubblica», in ACME, 69(1), 41–45. https://doi.org/10.13130/2282-0035/7406].
Il collegamento scacchi-vita è presente in Leopardi, nell’operetta «Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi»: Ora a giudizio di molti savi, la vita umana è un giuoco, ed alcuni affermano che ella è cosa ancora più lieve, e che tra le altre, la forma del giuoco degli scacchi è più secondo ragione, e i casi più prudentemente ordinati che non sono quelli di essa vita, cui non è escluso che Pavese alluda. L’unico riferimento alla pratica del gioco degli scacchi nelle scritture private di Pavese si trova nella lettera del 5 agosto 1929 indirizzata a Monti, in cui Pavese descrive al suo professore come passava le serate nella casa in cui faceva da precettore a Manolo Bodo: …alla sera giocare al bigliardo, e a scacchi per divertire il più piccolo. Pavese sceglie anacronisticamente ma con convinzione (nel ms sostituisce scacchi alla prima scelta, dama) di chiamare «gioco degli scacchi» quello che Odisseo aveva insegnato a Circe, un giuoco tutto regole e norme ma così bello e imprevisto, coi suoi pezzi d’avorio. Lui mi diceva sempre che quel gioco è la vita. Mi diceva che è un modo di vincere il tempo. E in questa scelta non viene esaltata del gioco l’astuzia o l’abilità strategica, ma appunto quella capacità di «vincere il tempo» che si ricollega a Eraclito, all’eternità e al παῖς, di cui le parole di Circe sono un’accorata, nostalgica eco: Qualche volta dimentico che noialtre sappiamo. E allora mi diverto come fossi ragazza. Come se tutte queste cose avvenissero ai grandi, agli Olimpici, e avvenissero cosí, inesorabili ma fatte di assurdo, d’improvviso. Quello che mai prevedo è appunto di aver preveduto, di sapere ogni volta quel che farò e quel che dirò – e quello che faccio e che dico diventa cosí sempre nuovo, sorprendente, come un gioco, come quel gioco degli scacchi che Odisseo m’insegnò, tutto regole e norme ma cosí bello e imprevisto, coi suoi pezzi d’avorio. Lui mi diceva sempre che quel gioco è la vita. Mi diceva che è un modo di vincere il tempo. Del resto ci sono elementi «mitici» negli scacchi, congeniali a Pavese, almeno tre: la presenza della Regina, la figura femminile che governa la scacchiera, come una potnia meter; il tema del doppio: bianco e nero, che si corrispondono e si oppongono, come luce e ombra, come apollineo e dionisiaco; il movimento delle pedine, che determina quello dell’avversario e da esso è a sua volta determinato: quel che è stato sarà, ma allo stesso tempo quello che è stato e non sarà mai più, in una danza che permane imprevedibile.
Si ricordino, a proposito del gioco, le parole di Gadamer in Verità e metodo (H.G. Gadamer, Verità e metodo, a c. di G. Vattimo e G. Reale, 2000 Milano Bompiani): «Il giocare non vuole essere considerato in generale come un’attività esercitata da qualcuno» (p. 231); «Ogni giocare è un esser-giocato. […] L’autentico soggetto del gioco non è il giocatore, ma il gioco stesso» (p. 237). Ne deriva, in virtù del modo d’essere del gioco, «così vicino … alla forma del movimento della natura» (p. 233), che il gioco si offra come metafora della vita e dell’agire dell’uomo in e con essa. Il sostantivo gioco così come il verbo giocare ricorrono molte volte (31) nei Dialoghi, soprattutto in quello che ha per protagonisti Achille e Patroclo, I due (9). Qui è Patroclo a risultare giocoso, quasi spensierato, noncurante dinanzi al pensiero della morte e dell’Ade; a lui fa da contrappunto un Achille malinconico, consapevole, che richiama l’Achille incontrato da Odisseo in Od., XI 472 ss. (cf. Pontiggia pp. 80-81), il quale, avendo intensamente vissuto e concluso la propria breve esistenza in modo glorioso, adesso sa che preferirebbe servire un altro uomo come bracciante piuttosto che regnare sui defunti; le parole Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili sembrano quasi una preparazione alla consapevolezza che egli acquisirà negli Inferi; Meglio quel tempo che non c’era l’Ade, dirà poco oltre. Ed è lo stesso Achille che si mostra pensieroso a Priamo, quando questi va supplice nell’accampamento nemico a richiedere il corpo di Ettore, così come Patroclo è il medesimo impetuoso giovane che non esita a lanciarsi nella mischia rivestito delle armi dell’amico: come già per Circe, Pavese si ricollega alla fonte omerica, riproponendone i protagonisti in modo coerente al modello. Proprio Patroclo pronuncia una delle battute più significative, all’inizio del dialogo, quando dice ad Achille Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo. Cosí giocheremo il destino. A queste parole corrisponde Achille nelle battute conclusive del dialogo, come a chiudere il cerchio: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi al destino: ancora una volta il gioco e il destino collegati tra loro, il gioco come metafora della vita e le parole di Eraclito che riecheggiano.
Approfondimento: I personaggi Circe e Leucò
Pavese delinea la personalità di Circe seguendo la traccia del poema omerico: la dea che dice a Odisseo (Od., X 489) μηκέτι νῦν ἀέκοντες ἐμῷ ἐνὶ μίμνετε οἴκῳ non rimanere più contro voglia in casa mia è la stessa che nel dialogo definisce Calipso «quella sciocca», perché si ostinava a trattenerlo contro la sua volontà, addirittura lo pregava offrendogli immortalità e giovinezza eterna. Ciò non dipende soltanto dal carattere fiero di Circe, ma dal fatto che lei ha compreso Odisseo: dice infatti a Leucò «Sí ma vedi, io lo capisco». E ancora «Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire è sí un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s’illudono che cambi qualcosa». Circe è consapevole di quel «vivere per la morte» che caratterizza l’uomo, il quale tuttavia si illude continuamente che qualcosa possa cambiare e questa illusione – o speranza gli consente di affrontare ogni giorno come un nuovo inizio. La discesa nell’Ade provocherà in Odisseo un più forte attaccamento alla vita e un maggiore desiderio di ritornare presto a Itaca: quel che è stato sarà.
Diversamente avverrà a Orfeo nel dialogo «L’inconsolabile»: egli aveva invece avuto, durante la discesa negli Inferi, una rivelazione, che da un lato lo aveva attirato, come Odisseo, con più intensità alla luce e alla vita, ma dall’altro lo aveva spinto a non ripetere, così da scegliere di voltarsi e lasciare Euridice tra i defunti: quel che è stato e non sarà mai più. Se Circe comprende l’umanità di Odisseo, al punto da dire a Leucò che bisognerebbe forse farsi umani Penso una cosa, Leucò. Nessuna di noi dee ha mai voluto farsi mortale, nessuna l’ha mai desiderato. Eppure qui sarebbe il nuovo, che spezzerebbe la catena, invece è proprio Odisseo che non capisce tutto: non comprende il sorriso della dea e non coglie, l’eroe famoso per la sua intelligenza e astuzia, quanto la dea sappia dell’umano, senza risultare diminuita nella sua deità, anzi proprio per questa sua superiorità dimostrandosi divina. Anche in questo dialogo, come poi ne L’isola, Odisseo viene oscurato dalla personalità della dea che di lui o con lui parla, e in cui si manifesta variamente declinato il «caos vitale» che Pavese riconosceva in Bianca e che le raccomandava di custodire.
Nella triade Circe-Calipso-Leucò, infatti, è possibile individuare tratti della personalità di Bianca, all’interno di quel rapporto «discorde» che i due man mano tessevano e sfilacciavano. Circe che sa, che comprende; Leucò, ironica e talvolta brusca, sempre franca; Calipso, consapevole e paralizzata dal torpore esistenziale. Come Circe (e Calipso), Leucotea è determinante nell’itinerario del nostos; la sua azione soterica risulta quasi complementare a quella ausiliaria di Circe: se quest’ultima, infatti, guida Odisseo alle tappe successive predicendogli i pericoli, Leucotea, dopo la lunghissima permanenza ad Ogigia, si colloca al termine delle peripezie per mare dell’eroe, il quale, scampato al naufragio solo grazie all’intervento della dea, dopo la sosta presso i Feaci, approderà finalmente a Itaca. Il dialogo tra le due dee, entrambe – in modo e con un coinvolgimento diversi – parte attiva e indispensabile del ritorno di Odisseo, fa di questi il protagonista sebbene in absentia e attraverso un flashback, ossia mediante la tecnica narrativa da lui utilizzata nel raccontare ai Feaci, rivivendole, le proprie avventure. La definizione della figura della dea bianca si completa con il dialogo La vigna, dove ella di nuovo parla in absentia di un uomo che ha abbandonato una donna, che lo aveva aiutato, su un’isola. Qui la situazione è decisamente diversa, però: se ne Le streghe Leucò è la confidente che ascolta con piglio ironico e accoglie parole in qualche modo rivelatrici da una dea che, sebbene abbandonata, ha tuttavia accettato e favorito la partenza dell’eroe, il quale va via perché ha nel cuore la sua isola e deve affrontare l’ultimo viaggio voluto dal destino; ne La vigna ella riveste un ruolo consolatorio/parenetico nei confronti di Arianna, alla quale rivela tutto ciò che l’attende di lì a breve. Teseo ha abbandonato Arianna a tradimento, nel sonno; per ben due volte Leucotea le domanda la ragione per la quale, secondo lei, Teseo l’avesse lasciata, ma Arianna non risponde e Leucò non spiega nulla, soltanto le dice bruscamente Vengo a dirti che il tuo caro ragazzo dalle belle parole e dai ricci violetti, se n’è andato per sempre. Ti ha piantata. La vela nera che è scomparsa sarà l’ultimo ricordo che ti lascia. Corri, strilla, dibattiti, è fatta, per poi ribadire in modo perentorio che La vela nera se n’è andata per sempre. Questa storia è finita. L’alone “mariano” di salvatrice, consolatrice, confidente – in virtù della sua sofferenza legata ai figli e del velo magico che porta al sicuro Odisseo – ha come controparte l’atteggiamento ironico dinanzi a Circe e il tono ruvido, quasi insensibile con cui si rivolge alla fanciulla cretese e che serve a scuoterla: infatti, ella smette di piangere per dialogare con quella strana divinità andata inaspettatamente in suo soccorso. Leucò, dunque, si affida entrambe le volte ai ricordi della sua interlocutrice: con Circe è interlocutrice ironica, con Arianna l’ironia si fa brusca e la dea diventa anche nunzia di un nuovo felice corso. Essendo stata umana, rispetto a Circe e a Odisseo si trova nella posizione di comprendere la realtà di entrambi; d’altra parte, avendo molto sofferto, capisce Arianna, della quale sa che, come lei, presto subirà una metamorfosi.
Il personaggio di Leucotea/Leucina/Leucò riveste un’importanza decisiva perché risulta l’interlocutrice eletta di tutti i Dialoghi, l’altra spalla di un ponte che senza di lei non sarebbe esistito, poiché non avrebbe potuto reggersi su un solo pilastro: non sarebbe stato un ponte, cioè non avrebbe potuto fungere da collegamento tra Leucò appunto e quel narratore che, all’interno di una macro-cornice dialogica, racconta gli incontri oggetto di ciascun dialogo. Il nomen loquens Leucotea, “dea bianca”, ma soprattutto il diminutivo Leucò, “bianco”, non soltanto svelano il facile segreto della dedica a Bianca, ma soprattutto evidenziano in modo inequivocabile l’importanza di Bianca nella creazione dell’opera: se Leucò/Bianca è l’interlocutrice, significa che senza di lei non sarebbe avvenuto il dialogo che comprende i dialoghi, che a lei riportano. Inoltre, come si legge in Pestalozza 1945, p. 267 e 272, la terminazione in -ò è caratteristica del nome «di un certo numero di divinità femminili preelleniche», mediterranee: creando questa forma per il nome di Leucotea, Pavese non soltanto inventa un diminutivo affettuoso, ma inscrive la sua Bianca-Leucò nel registro di quelle dee che preesistevano a Zeus, che vivevano nella promiscuità primigenia, che conoscevano e contenevano quel «caos vitale» che egli raccomanda a Bianca di non riordinare troppo, e di custodire «giudiziosamente» (lettera del 3 settembre 1945, in Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi, a c. di Mariarisa Masoero, Leo Olschki, 2023 Firrenze, p. 8). Il titolo definitivamente scelto da Pavese rappresenta contemporaneamente una dichiarazione d’amore, una sphraghis e un patto con l’eterno, se è vero che il ricordo è l’unica forma di immortalità concessa all’uomo e che questo ricordo può essere “riavuto” attraverso la parola. Probabilmente per questa ragione Cesare, di fronte alla fredda accoglienza da parte di Bianca del volume, le scrive risentito: «Non sai trattare coi grandi scrittori. È il modo di liquidare un libro come Leucò con due parole – “impressione forte”, “i primi sono più intensi”?». Il risentimento è comprensibile se si considera quanto questo «libro diverso» (Sichera) contasse per Pavese, che lo considerò il solo che “valesse qualcosa”, tanto da affidare a esso le sue ultime parole vergate a mano prima del gesto fatale.
Figlio di Anticlea e di Laerte, da parte di madre ebbe antenati caratterizzati da furbizia e astuzia: il nonno Autolico, infatti, aveva il dono di rubare senza essere scoperto, a sua volta ereditato dal padre, il dio Ermes, che dunque era bisnonno di Odisseo. Il padre Laerte, uno degli Argonauti e quindi dei partecipanti alla caccia del cinghiale calidonio, discendeva dalla stirpe di Deucalione. Secondo alcune versioni del mito, il vero padre di Odisseo era Sisifo, figlio di Eolo, che nascostamente si era unito ad Anticlea, per vendicarsi di Autolico che gli aveva rubato il bestiame. Il suo nome è molto interessante: nell’Odissea è proprio Autolico che, arrivando nel momento in cui nasce il nipote, lo accoglie dalle braccia della nutrice Euriclea sulle ginocchia e gli impone il nome Όδυσεύς, specificando, nel rivolgersi alla figlia e al genero, che era giunto presso di loro «avendo preso in odio molti» [v. 407 πολλοῖσιν γὰρ ἐγώ γε ὀδυσσάμενος τόδ’ἱκάνω]. Dunque, il nome Όδυ(σ)σεύς/ Odisseo deriverebbe dal participio ὀδυσσάμενος del verbo ὀδύσσασθαι, che significa «odiare, avercela con qualcuno» (ed è seguito dal dativo); forse nella forma omerica con il significato passivo «odiato», come segnala Chantraine s.v. – che lo collega a una radice indoeuropea da cui il latino odium –, sarebbe nomen omen in riferimento all’odio che molti, uomini e dei, avrebbero nutrito contro di lui. La variante Ulixes/Ulisse si trova in Livio Andronico ed è quella che ha avuto maggiore fortuna e diffusione, ma la sua attestazione è antica e risale, probabilmente, ad un substrato anatolico o egeo, sempre secondo Chantraine (s.v.), il quale afferma che in epoca antica la forma con δ non sembra attestata al di fuori dei testi letterari. Figura di spicco già nell’Iliade (si ricordi, per esempio, l’episodio di Tersite), Odisseo è protagonista assoluto dell’Odissea, il poema che narra le sue peregrinazioni dopo la fine della guerra di Troia, l’agognato ritorno a Itaca e i fatti che lo videro di nuovo re accanto a Penelope, punitore spietato dei ribelli e generoso sovrano di coloro che gli erano rimasti fedeli.
Le sue caratteristiche distintive, che lo rendono assai diverso da tutti gli altri eroi guerrieri, sono l’astuzia, l’intelligenza, la versatilità dell’ingegno, la prudenza, la sopportazione e la curiositas, che lo spinge a mettere costantemente alla prova i propri limiti e a tendere sempre verso la conoscenza. Innumerevoli le avventure che lo hanno reso celebre, alcune oggetto di poemi minori perduti; per esempio, la simulazione della pazzia per non andare alla guerra di Troia – un oracolo gli aveva previsto un’assenza di venti anni e un ritorno assai travagliato – che fu svelata da Palamede, il quale pose davanti all’aratro di un Odisseo presunto contadino fuori di senno il figlio Telemaco, dinanzi a cui Odisseo si fermò palesando l’inganno; l’idea del cavallo di Troia; i pericoli affrontati con ardimento dinanzi a Polifemo, alle sirene, a Scilla e Cariddi; la permanenza presso Circe, da cui ebbe un figlio, Telegono, e quella presso Calipso, che secondo alcuni gli diede due figli, Nausinoo e Nausitoo; la discesa negli Inferi; il naufragio nell’isola dei Feaci e l’incontro con Nausicaa, quindi il rientro a Itaca, dove ritrova la fedele moglie Penelope – che disfaceva di notte la tela filata durante il giorno – e il figlio Telemaco; infine la vendetta contro i nemici e la riappropriazione del regno, e poi la morte, per mano di Telegono, che era andato per mare proprio alla ricerca del padre che non aveva mai conosciuto. Il tema del nostos e la figura di Odisseo/Ulisse hanno avuto una fortuna vastissima, che ha attraversato i secoli e le letterature; un esempio per tutti, l’Ulisse di Dante (Inf., XXVI).